Storie Olimpiche – L’Italspada è di nuovo regina d’Olimpia

A Sidney 2000 gli azzurri battono la Francia e confermano il titolo vinto 4 anni prima. Mattatore di giornata, un allora venticinquenne Alfredo Rota, autore delle rimonte decisive. 

 

I francesi il minuto supplementare con la priorità lo chiamano la mort subite. Già i francesi, gli acerrimi rivali dell’Italia. Un duello che affonda le radici fin dai primordi della scherma e che, puntuale, si rinnova a ogni gara. Come quel 18 settembre del 2000, a Sidney, seconda puntata australiana del grande romanzo dei Giochi Olimpici. C’è la prova a squadre di spada e, in finale arrivano ad affrontarsi proprio le due scuole rivali: l’ennesimo capitolo di un dualismo storico, che proprio nelle gare a squadre di fioretto e spada maschile, raggiunge l’apice. E che quel giorno aggiunse un altro capitolo, entusiasmante per noi, amaro per loro. Perché la mort subite aveva scelto proprio loro, mentre la Gloria aveva sorriso agli azzurri. Ma andiamo con ordine.

L’Italia a quella gara ci arriva da campione in carica. Quattro anni prima, ad Atlanta, ha vinto l’oro battendo in finale la Russia di Kolobkov, Beketov e Zakharievich. Di quel team vincente sono rimasti Angelo Mazzoni, che in Australia ha toccato quota sei partecipazioni alle Olimpiadi, e Maurizio Randazzo, cui si sono aggiunti Paolo Milanoli  e un allora venticinquenne atleta milanese che ancora non sapeva che sarebbe diventato l’eroe di giornata. Il suo nome: Alfredo Rota. Per gli azzurri della spada, la spedizione olimpica era stata fino a quel momento un vero disastro. La prova individuale chiusa lontano dalla zona medaglie, ha portato con sé il classico corollario di rammarico e rimpianti assortiti. Decimo posto per Rota, il migliore, quindi tredicesimo posto per Milanoli mentre Mazzoni aveva chiuso ventitreesimo. Rimaneva la gara a squadre, e quell’obiettivo davvero non lo si poteva fallire. In primis perché, come già detto, c’era da difendere a ogni costo l’oro vinto quattro anni prima. E, in seconda istanza, il tabellone della gara dava una grossa mano agli azzurri, spalmando tutte la grandi potenze in una sorta di girone infernale posto dall’altra parte rispetto a quella dove orbitavano gli azzurri. Tanto che Andrea Candiani, allora ct dell’Italia, alla vigilia della gara ha affermato: «Se non ne approfittiamo, ci fanno tornare a casa in treno».

L’esordio va via in scioltezza, 45-34 contro i padroni di casa dell’Australia nei quarti di finale. Sulla strada degli azzurri si para poi la Corea. Squadra tosta quella asiatica, il cui faro è Lee Sang-Ki. Due giorni prima ha vinto il bronzo nella prova individuale che ha incoronato Pavel Kolobkov, e al suo fianco nella gara a squadre aveva Yang Roy Sung e Lee Sang Yup, due che in Coppa del Mondo avevano fatto risultati. L’assalto, per gli azzurri, si mette davvero male: Angelo Mazzoni è in crisi e perde tutti i suoi assalti, mentre Milanoli e Rota fanno il possibile per mantenere il distacco entro margini sufficienti a concepire l’idea di una rimonta. Ma, malgrado tutto, all’inizio della nona e decisiva frazione, il punteggio recita 40-35 per la Corea. Servirebbe un’impresa ai limiti dell’impossibile ad Alfredo Rota per portare i compagni in finale, mettere 15 stoccate potendone subire al massimo quattro. E un mattoncino alla volta, quello che sembrava incredibile, si materializza sotto gli occhi di tutti: Lee Sang Yup è come irretito dalla scherma di Rota, che stoccata su stoccata arriva sempre più sotto, sempre più sotto fino ad impattare su un incredibile 43-43. Si va al minuto supplementare. La sorte è benevola con la Corea, assegnando al frastornato Lee una possibilità in più per portare a casa la pelle e il risultato. Per l’Italia, invece, c’è un’unica possibilità, mettere la botta del 44-43, perché in caso di pareggio passerebbe la Corea. Ma gli Dei della scherma avevano già scelto il loro prediletto, quel venticinquenne milanese magro magro, quel giorno scelto per diventare eroe dell’Italspada: è lui a toccare quando mancano 9 secondi alla fine, è lui a spalancare all’Italia le porte della finalissima.

Dove a contendere l’oro agli azzurri arriva la Francia. Una squadra fortissima: c’è Erick Srecki, già oro individuale a Barcellona e oro a squadre a Seul, con lui Hugues Obry – sconfitto in finale due giorni prima da Kolobkov nella gara individuale – e Jean François Di Martino. Una vera e propria corazzata, che fin dalle prime battute prova a mettere subito in chiaro il discorso e far capire chi comanda su quella pedana. Nell’Italia è nel frattempo entrato Maurizio Randazzo, l’altro eroe di Atlanta, al posto di Angelo Mazzoni, ancora sotto shock dopo la controprestazione contro la Corea. La Francia parte subito forte, con Srecki e Obry a imporre la loro legge su Rota e Randazzo, e dopo i primi due parziali è avanti di quattro. A quel punto sale in cattedra Paolo Milanoli. È lui a trovare la giusta chiave di lettura del match: sul piano tecnico non c’era storia, occorreva trovare un piano B, mandare in confusione gli avversari, innervosirli per farli deragliare dalle rotaie su cui sembravano correre sicuri verso la meta finale. Pane per i denti per il joker vercellese, che trova in Di Martino la vittima perfetta: 7-4 di parziale e Francia di nuovo nei radar. Da lì e fino alla fine è equilibrio puro, i francesi sempre davanti ma l’Italia in scia, mai oltre le due stoccate di svantaggio.

Si arriva così all’atto conclusivo. Tocca ad Alfredo Rota, l’uomo delle rimonte. Questa volta erano solo due le stoccate da rimontare, ma l’avversario era di quelli tosti. Anche perché, dopo aver visto sfumare l’oro individuale, Hugues Obry non doveva e non poteva più sbagliare. Ma la scena se la prende ancora Alfredo Rota: una prima stoccata per avvicinarsi, una seconda per pareggiare i conti sul 38-38. La Francia, che era partita forte e che dopo due frazioni sembrava aver già messo le mani sul bottino, si era trovata a doversi giocare il tutto per tutto in un solo minuto, peraltro con la priorità contro. La mort subite. E mai come in quell’occasione, per i francesi, nome poteva essere più beffardamente appropriato…

Twitter: agenna85

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