Enrico Garozzo: «Le mie 6 gare a Rio»

Due gare, ma anche il tifo per il fratello Daniele e per la fidanzata Erika. Un’Olimpiade intensa per il siciliano. 

 

Sulle pedane di Rio ha passato due giorni, ma è come se lo avesse fatto per per sei. L’Olimpiade di Enrico Garozzo non è solo nell’argento della prova a squadre e nell’eliminazione agli ottavi dell’individuale, ma anche nelle due gare che hanno visto impegnato il fratello Daniele e nelle due tirate dalla fidanzata estone Erika Kirpu. Un frullato di emozioni, di gioie vissute in prima e per interposta persona, di piccole delusioni, di lezioni imparate per il futuro. Perché lo dice lui stesso: questo è solo l’inizio di un ciclo.

Quali sensazioni ti porti dietro dalla tua prima Olimpiade?

È stata lunga per me. Non ho fatto semplicemente le mie due gare, ma avendo fidanzata e fratello è come se ne avessi fatte 6. È sicuramente, sportivamente parlando, l’esperienza più forte della mia vita. L’ho vissuta a pieno, con alti e bassi, ma non c’è niente di paragonabile sportivamente parlando secondo me. Mi porti dietro un dispiacere enorme per l’individuale, ma per un semplice motivo: dopo tre anni esaltanti avrei voluto fortemente giocarmi una medaglia, ma lo sport è così, e sopratutto l’Olimpiade è così. Senza appello. Non ho tirato male per niente, ho perso per gli 8 con un avversario all’altezza. Fosse stata una gara di Coppa del Mondo non ci fai neanche quasi caso, a una Olimpiade sì.

La sensazione è che non ti basti l’argento ottenuto a squadre. Volevi di più?
Quando parlavo con il mio maestro Andrea Candiani, prima di partire per Rio, mi diceva sempre che andavo lì per prendere due medaglie. Ecco, una, per il mio valore tecnico, mi manca. Ma già averne presa una è grandioso. Ti dà il livello dell’impresa fatta quando pensi alle squadre passate che hanno preso una medaglia alle Olimpiadi e le associ a un pezzo di storia della scherma italiana. Ecco, abbiamo fatto un pezzo di storia

Nell’ultimo anno avevate già battuto la Francia. E tra quarti con la Svizzera e semifinale con l’Ucraina eravate apparsi in grande giornata.
La gara a squadre è stata favolosa. Negli ultimi due anni l’abbiamo preparata in modo maniacale. Gli assalti con Svizzera e Ucraina sono due capolavori tecnico-tattici e mentali. La finale con la Francia è un rammarico solo perché in stagione avevamo più vinto che perso, con loro. Ma sono forti e hanno fatto l’assalto perfetto nel giorno giusto. Complimenti a loro. Mentre per quanto riguarda noi, siamo solo all’inizio di un ciclo, e lo dico davvero.

In finale come è andata? Sono stati troppo forti i francesi, che avevano stentato prima, o vi è mancato qualcosa?
La finale con la Francia non è stato il nostro migliore assalto stagionale. La Francia è una squadra molto forte, e quindi perdere contro di loro ci sta, anche se alla luce dei risultati ottenuti contro loro nell’ultima stagione mi permetto di dire che non siamo inferiori. Sicuramente hanno meritato di vincere. Hanno fatto l’assalto perfetto sia tecnicamente che tatticamente. Hanno iniziato bene e proseguito altrettanto. Ci hanno sorpreso con molta più personalità di quanta non ne avessero messa con noi in questi anni. Perché hanno imparato a conoscerci. E forse proprio per questo hanno tirato fuori questo tipo di assalto, purtroppo per noi, nel giorno giusto per loro.

Il vostro è comunque un risultato straordinario, in un anno avete fatto passi da gigante. Come ci siete riusciti?

Ci siamo riusciti compattandoci intorno a un unico grande obbiettivo che andava al di sopra di tutto. Abbiamo vissuto per questo negli ultimi due anni. È tutto frutto di lavoro dietro ai video, in palestra, in pedana, e seduti attorno a un tavolo per le sedute mentali. Non si inventa niente. Sicuramente aver fatto tutti un passo indietro in favore del risultato è stato un punto focale. Abbiamo trovato un equilibrio con lo staff tecnico della nazionale e, non me ne voglia nessuno, un grazie speciale va a Dario Chiadò che ha dato tutto per questa squadra e a Luigi Mazzone, che è entrato non solo dentro le nostre teste ma anche nei nostri cuori. Personalmente devo anche ringraziare chi mi sta dietro tutti i giorni e mi permette di tirare così,e mi riferisco al mio Maestro Andrea Candiani, al mio preparatore atletico Sergio Spinoccia, al mio preparatore respiratorio Andrea Vivian, e al mio fisioterapista Etienne Philippe.

Anche nell’individuale sembravi in giornata. La sensazione, da fuori, è che tu abbia incontrato troppo presto il rivale sbagliato.
Stessimo parlando di una gara di Coppa del Mondo normale nemmeno staremmo analizzando la questione. Ho tirato un ottimo assalto contro un avversario mio pari, e quindi questi livelli a volte si vince e a volte si perde, dipende dai dettagli. Se io ho commesso un errore in quell’assalto è stato proprio di personalità, la stessa di cui parlavo prima. Sul 12-12 avrei dovuto aggredirlo, invece ho preferito risolverlo con la tecnica. Questo è un aspetto che devo migliorare: non mi devo sempre e solo affidare alla tecnica, in pedana l’assalto lo si vince anche in altri modi.

Prima delle Olimpiadi parlavi di un sogno se pensavi al partecipare all’Olimpiade con tuo fratello. Ora che siete tornati a casa con un oro e un argento come definisci la vostra Rio 2016?

La nostra Rio la identifico con due momenti. Il primo è l’ingresso, uno accanto all’altro, al Maracanã, per la cerimonia di apertura. L’altro l’abbraccio subito dopo la sua vittoria. Aggiungerei poco altro, escluse le due medaglie ovviamente.

Twitter: GabrieleLippi1

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Fotografia Augusto Bizzi per Federscherma

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