Black Lives Matter. Anche per noi

Alcuni atleti hanno fatto sentire direttamente la loro voce nei giorni delle proteste in piazza negli Stati Uniti. E Pianeta Scherma sta dalla loro parte. Perché opporsi alle discriminazioni è un dovere civico e morale. L’editoriale del direttore Gabriele Lippi

 

Race Imboden e Ysaora Thibus sono scesi in piazza. Miles Chamley Watson si è fatto serigrafare la scritta “Black Lives Matter” sulla maschera, Nzingha Prescod ha denunciato atti di bullismo razzista durante una chat pubblica su Zoom, un coach americano è stato licenziato per aver espresso opinioni fortemente denigratorie nei confronti della comunità afroamericana. Sono notizie che avete letto e leggerete ancora su Pianeta Scherma, e non perché non possiamo esimerci dal trattare un tema caldo alla ricerca di qualche clic, ma perché pensiamo sia giusto farlo.

L’assassinio di George Floyd a Minneapolis ha riportato all’attenzione del pubblico mainstream il problema mai risolto del razzismo sistemico negli Stati Uniti d’America, una civiltà ancora profondamente influenzata dal suo passato schiavista e segregazionista, che perpetua le sue discriminazioni su base etnica attraverso mezzi diversi e più subdoli rispetto a prima. Sì, nel 2020 gli afroamericani hanno diritto di voto in tutti i cinquanta Stati dell’Unione, possono sedersi davanti sui bus, non sono più costretti al lavoro schiavista nei campi di cotone e linciaggi e impiccagioni sono crimini riconosciuti dalla legge.

Eppure è molto difficile che i giovani cresciuti in determinate aree urbane da sempre riservate alle minoranze possano accedere a un’istruzione di qualità, elemento essenziale per garantire una vera mobilità sociale, difficilmente accedono ai mutui che le banche concedono per l’acquisto di una casa. La protesta è divampata negli Usa ed è arrivata in Europa, persino in Italia. Ha colpito i simboli dell’oppressione, ha raggiunto le statue di generali confederati, negrieri, colonialisti.  Ha coinvolto in primis atleti di cui su queste pagine virtuali ci occupiamo quotidianamente, in tempo di competizioni, per raccontarne gli affondi, le parate e risposte, i successi. Continuiamo a farlo anche in questo contesto e lo facciamo con convinzione.

Siamo stati dalla parte di Race Imboden quando si è inginocchiato sul podio dei Giochi Panamericani, prima ancora che morisse George Floyd, per esprimere la sua vicinanza alla protesta avviata da Colin Kaepernick, il quarterback licenziato dalla NFL per aver piegato il ginocchio durante l’inno nazionale, in aperta contestazione alle politiche del presidente Donald Trump.

Di più, ci riconosciamo in Race Imboden e nel nostro piccolo vorremmo tutti avere il suo coraggio, il coraggio di un uomo bianco che giorno dopo giorno mette in gioco i propri privilegi per una causa più alta, che non si adagia su un equilibrio sociale secolare che lo avvantaggia, che si impegna a rovesciarlo con consapevolezza. Race si è alienato le simpatie di una fetta di popolazione americana e non (perché i Repubblicani comprano sneakers, ma alcuni di loro seguono pure la scherma) ma questo non gli ha impedito di proseguire nella sua battaglia. Siamo dalla parte di Race Imboden, di Miles Chamley Watson, di Ysaora Thibus, di Nzingha Prescod, che porta nel nome il ricordo della regina di Matamba che nel diciassettesimo secolo si oppose all’avanzata portoghese in Angola, di Ibtihaj Muhammad, in prima fila per il diritto di rappresentazione delle donne musulmane in occidente e nel mondo dello sport.

Siamo e staremo dalla loro parte, e con chi si opporrà a qualsiasi forma di discriminazione, contro il razzismo, contro l’omofobia, contro il sessismo, nella convinzione che lo sport non sia mai solo sport, ma sia anche vita e politica, intesa nel più alto significato del termine. Gli stessi valori dell’olimpismo sono ispirati ai più alti principi politici, quelli del rispetto della diversità, della fratellanza, dell’unione tra i popoli. Per tutte queste ragioni su Pianeta Scherma continuerete a leggere le storie di atleti che si fanno attivisti o portavoce dei movimenti per i diritti civili di ogni minoranza, che tirano fuori la voce per chi non ce l’ha.

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Il Direttore

Gabriele Lippi

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Foto: Ysaora Thibus/Facebook

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