Storie Olimpiche – Tabù e sogni infranti nella notte della Zarina Yana

La russa Yana Egorian si prende l’oro nella sciabola femminile alle Olimpiadi di Rio. Per Olga Kharlan e Sofya Velikaya quella medaglia è ancora stregata.

 

A volte serve solo trovare le parole giuste. Quelle che fanno scattare dentro la giusta molla e sono destinate a rivelarsi  decisive per la propria vita. Yana Egorian, lineamenti e cognome che nulla fanno per celarne l’origine armena, dopo i primi allenamenti di scherma aveva deciso che quello sport non faceva per lei. Troppa fatica, troppi sacrifici, meglio girare altrove. Qualcuno, però non era troppo d’accordo con questa decisione di alzare (ancora una volta) prematuramente bandiera bianca e così aveva deciso di provare a pungolarla.

«Mia mamma mi ha detto: “Non finisci mai nulla, scappi via al primo problema”. E allora mi sono arrabbiata tanto e ho deciso di proseguire lo sport solo per smentirla». Queste parole, pronunciate dalla stessa atleta, si possono trovare fra le pieghe della sua scheda ufficiale sul sito della Federazione Internazionale Scherma.  Azzarderei, con il senno di poi,  a definirla non proprio una cattiva decisione, quella presa dalla ragazza di Yerevan. Vincente a livello giovanile, entrata prestissimo nella squadra Assoluta e mai uscitane, una scalata fulminea al vertice culminata con la consacrazione in un per lei magico agosto brasiliano. Sì, decisamente un’ottima scelta quella di continuare.

L’esultanza di Yana Egorian dopo la stoccata che vale la medaglia d’oro (Foto: Bizzi)

La gara individuale di sciabola femminile ai Giochi di Rio è una storia da libro “Cuore”, soprattutto nella parte conclusiva.  Gli ingredienti ci sono tutti: la consacrazione della bambina pigra che voleva mollare tutto dopo pochi allenamenti – e chissà che le parole di mamma ancora non le siano rimbombate in testa mentre si gustava l’Inno dal gradino più alto del podio – le due Regine dell’Est ancora una volta trovatesi a fare i conti con il tabù della medaglia d’oro individuale ai Giochi Olimpici, la giovane rampante arrivata una sola stoccata dalla certezza di tornare a Lione con un souvenir molto prezioso proveniente dal Brasile. E poi tante lacrime, di ogni tipo: di gioia, di delusione, al sapore di miele o con retrogusto di fiele. E gli abbracci, lunghi, interminabili, con mille pensieri che scorrono.

Manca purtroppo l’Italia. Fuori nelle primissime battute Rossella Gregorio e Irene Vecchi, arriva invece nelle prime otto una grandissima Loreta Gulotta, che però finisce dritta nelle fauci di una sin lì ingiocabile Olga Kharlan, la seconda protagonista del nostro racconto. Il 15-4 finale è una punizione troppo severa per la siciliana, che l’ucraina l’aveva pure battuta qualche gara prima a Boston e che quel giorno aveva dimostrato di poter tirare alla pari e battere nientemeno che la campionessa Olimpica uscente Kim Jiyeon. Ma niente da fare, quell’assalto è stato senza storia. La bionda fuoriclasse dell’Est aveva messo nel mirino quella medaglia che ancora le mancava alla collezione – in verità un oro alle Olimpiadi lo aveva vinto, ma a squadre – e fin dai primi assalti era parso chiaro il suo intento di non fare prigionieri lungo il suo percorso. E l’azzurra, purtroppo, lo aveva appena capito in prima persona: «Ha una personalità dilaniante, ti vuole mangiare…» le sue prime parole post gara.

Loreta Gulotta, la migliore delle azzurre in quella gara (Foto: Bizzi)

Le altre due protagoniste di quella giornata sono una russa super titolata, Sofya Velikaya – e non a caso il suo cognome significa la Grande – e una francese che vuole bruciare le tappe, Manon Brunet. Giusto qualche mese prima, la ventenne lionese dal nome che rimanda a un romanzo di Antoine François Prévost, era in finale ai Mondiali Under 20 a Bourges: chiuse con l’argento, battuta per il secondo anno di fila dalla stessa identica avversaria, perdipiù compagna di squadra, Caroline Queroli. In Brasile, però, la posta in palio è decisamente più alta. Battere la fuoriclasse russa significherebbe avere la certezza di una medaglia, niente male per una da poco uscita ufficialmente dalle categorie Giovanili e alla sua primissima esperienza Olimpica.

Ci va vicina, Manon. Vicinissima. Anzi, a dirla tutta ce l’avrebbe anche fatta, perché quella stoccata giudicata come simultanea sul 14-13 in suo favore ha se non tutte, buona parte delle carte in regola per il “gioco, partita e incontro Brunet”. Per l’arbitro, invece, malgrado la moviola, non ci sono argomentazioni sufficienti per mandare in orbita la transalpina e la Velikaya a giocarsi “soltanto” il bronzo. Scampato il pericolo, è la russa mettere l’uno-due vincente e prendersi il primo posto per la finalissima, in attesa di capire chi la sfiderà per il bottino massimo.

Tanti anni di sfide, mille battaglie a ogni livello, ma mai Sofya Velikaya e Olga Kharlan avevano incrociato le lame in una finale con in palio una medaglia pesante fra Mondiali e Olimpiadi. A Rio tutto sembra apparecchiato perché ciò possa finalmente accadere: la sfida delle sfide e con in palio il titolo dei titoli. Per una sarebbe arrivata finalmente la fine di quella maledizione, per l’altra un altro doloroso dover scendere a patti con un qualcosa destinato a rimanere stregato ancora per almeno quattro anni. Ma di mezzo, fra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare. O meglio, Yana Egorian.

La seconda parte di gara della russa è micidiale, la Kharlan non riesce a trovar le giuste contromisure e i fantasmi tornano a farsi vivi ben prima del previsto. La gara sognata da una vita, messa nel mirino da chissà quanto tempo, era diventata un incubo. L’inatteso finale di un copione mandato a memoria e sin lì recitato alla perfezione, ma improvvisamente andato a gambe all’aria quando c’era solo da scrivere il più scontato dei finali.  15-9 Egorian, appuntamento con l’oro ancora una volta rimandato e la poco gradita appendice della finalina per il bronzo da disputare con l’altra delusa di giornata,  gentile – si fa per dire – omaggio di un regolamento che non ammette il doppio terzo posto come in Coppa del Mondo o ai Mondiali.

«Lacrime sui nostri volti: tu non hai avuto la medaglia d’oro che ti aspettavi. Io non ho avuto la medaglia che sognavo. Per me sei comunque una grandissima campionessa». Parole e musica di Manon Brunet, a didascalia di uno dei tanti scatti destinati a rimanere nella memoria di quella gara. La destinataria del messaggio, recapitato in webvisione a mezzo Instagram, è naturalmente Olga Kharlan. Entrambe hanno chiuso in lacrime la propria gara, trovando poi l’una conforto nelle braccia dell’altra a centro pedana. La cronaca manda agli annali un 15-10 a favore dell’ucraina, che si prende il bronzo. Pur sempre una medaglia alle Olimpiadi, certo, ma la faccia della terza classificata nelle foto di rito sul podio é tutta un programma e racconta molto più di mille parole.

La finale per la Gloria, è un affare fra compagne di squadra. Da una parte la campionessa plurititolata, ancora in finale quattro anni dopo Londra e la chance di prendersi quell’oro che in Gran Bretagna aveva preso la via ed il collo di Kim Jiyeon. Dalla parte opposta del rullo, la giovane connazionale, reduce da un’entusiasmante stagione in Coppa del Mondo e con in mente il pensiero stupendo di mettere la super ciliegina sulla torta. I precedenti, perlomeno gli ultimi due, sono dalla parte di quest’ultima, al termine comunque di match molto tirati e chiusi con differenza di punteggio ridotta al mino sindicale. E anche la finale di Rio non si discosta dal filone: innanzitutto perché l’assalto é equilibrato al punto che tutto si risolve all’ultima stoccata. Ma soprattutto perché a portarsi a casa l’intera posta è Yana Egorian.

L’assalto é appena finito e le due protagoniste sono abbracciate l’una all’altra a centro pedana. Una scena già vista qualche minuto prima, ma i sentimenti sono opposti. E a ben guardarla, quella scena, sembra paradossale. C’è la vincitrice che non riesce a smettere di piangere, mentre la finalista perdente sorride complimentandosi con lei. Chiunque si fosse sintonizzato in quel momento, senza conoscere il risultato, avrebbe potuto facilmente pensare che a vincere sia stata la ragazza che sorride e sussurra parole di conforto alla compagna appena battuta. Ma c’è altro in quella scena. C’è innanzitutto il pubblico tutto o in piedi ad applaudire le due atlete, e non è cosa di poco conto: poche ore prima, nel palazzetto del nuoto, un’altra russa – Yulia Efimova – era stata seppellita di fischi. Vita dura per gli atleti russi alle Olimpiadi dopo la bufera doping che aveva portato l’esclusione degli specialisti dell’atletica leggera e comunque gettato un alone di dubbio su chiunque gareggiasse in rappresentanza dello stato di Putin. L’abbraccio fra Sofya e Yana, spogliatesi per un minuto buono delle vesti di schermitrici reduci da una tiratissima finale con in palio l’oro lasciando campo alle emozioni di due donne che hanno condiviso tantissimi momenti assieme, è la tragua firmata con il pubblico brasiliano, ricambiato con un inchino. Uno per settore, senza eccezioni.

La magia finale di una serata fra le più cariche di emozioni di tutta l’Olimpiade schermistica. La notte dei tabù e dei sogni infranti. La notte delle lacrome e degli abbracxi. Ma, più di ogni altra cosa, la notte di Yana Egorian.

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Foto: Augusto Bizzi