Storie Olimpiche – La rivoluzione della Zarina Inna chiude il monopolio italiano sul fioretto femminile

Dopo quattro edizioni di fila segnate dal trionfo italiano, la prova di fioretto femminile a Rio 2016 consacra Inna Deriglazova. Elisa Di Francisca, campionessa uscente è argento, mentre fa rumore il crollo di Arianna Errigo.

 

Ginnastica ritmica o scherma, questo è il dilemma. Il novello Amleto, posto di fronte al bivio su quale sport scegliere, è in realtà una bambina di circa otto anni. Si chiama Inna Deriglazova e viene da Kurchatov, città fondata a fine anni sessanta quando nella vicina Kursk – dove la più grande battaglia fra carri armati delle storia fece pendere da parte sovietica la Grande Guerra Patriottica contro gli invasori nazisti – venne implementata una centrale nucleare. E proprio al padre della bomba atomica sovietica, Igor Kurchatov (l’accento cade sulla a), la città deve il nome.

La piccola Inna, a dire il vero, pareva più orientata a optare per clavette, cerchi, palle e nastri piuttosto che per il fioretto. Si sarebbe tolta lo sfizio di fare un paio di lezioni giusto per vedere di nascosto l’effetto che faceva, approfittando anche del fatto di accompagnare un’amichetta, poi si sarebbe dedicata anima e corpo alla ginnastica. E invece… «È successo che non sono mai più andata a fare ginnastica». A conti fatti, difficile dirle che ha fatto una scelta sbagliata.

Da quattro edizioni il fioretto femminile alle Olimpiadi è affare italiano. Lo sarebbe stato da sei se Laurea Badea, ad Atlanta 1996, non avesse rimandato di quattro anni i sogni di gloria di Valentina Vezzali succedendo nell’albo d’oro a Giovanna Trillini. Valentina, però, si sarebbe rifatta con gli interessi: tre ori di fila a Sidney, Atene e Pechino prima di cedere lo scettro a un’altra jesina, Elisa Di Francisca nella giornata storica dell’Italfioretto a Londra e di un podio interamente colorato d’azzurro.

Malgrado il regolamento e l’assurda rotazione delle armi non conceda né la possibilità di un bis né la difesa del titolo a squadre, l’Italia ha tutte le carte in regola per prolungare il suo dominio: c’è Elisa Di Francisca, campionessa uscente, capace come poche di esaltarsi quando c’è profumo di grande evento. E poi la grande favorita, Arianna Errigo. Per due anni di fila è stata Campionessa del Mondo ed ha una voglia matta di prendersi ciò che sul più bello le era sfuggito a Londra. Qualche problema di troppo di natura virale le ha complicato l’avvicinamento ai Giochi brasiliani, ma per il giorno dei giorni è pronta a dare battaglia. Le due azzurre sono nella medesima metà del tabellone e l’eventuale incrocio fra le due avverrebbe comunque solo in semifinale.

Fra le avversarie, la più accreditata è proprio la bambina – ora diventata donna e fra le fiorettiste più forti al Mondo – indecisa fra ginnastica ritmica e scherma. Nel frattempo diventata, fioretto in pugno, iridata in tutte le categorie, dai Cadetti agli Assoluti passando per l’Under 20, vinto addirittura due volte.

La notizia, di quelle forti, arriva già agli ottavi di finale. Una delle grandi favorite della vigilia, Arianna Errigo, è eliminata. È uno choc: per la muggiorese, in primis, anche lei vittima della maledizione Olimpica; e poi per l’Italia che sulla doppia medaglia a fine giornata ci aveva scommesso forte e chiaro. Che fosse una giornata particolare per Arianna, col senno di poi, lo si sarebbe dovuto già capire dall’esordio fin troppo complicato contro la sconosciuta vietnamita Đỗ Thị Anh. Un’avversaria che la miglior Errigo avrebbe spazzato via senza troppi complimenti, ma che quel giorno a Rio le rosicchia nove stoccate.

Può darsi sia stata la tensione dell’esordio, alla fine la gara Olimpica è talmente particolare che è in grado di mettere in crisi chiunque Poche ore in cui giocarsi tutte le carte accumulate in quattro anni di duri sacrifici, gare, trasferte e chissà se poi quel treno ripasserà ancora. Perché gli anni passano, e se otto sono lunghi anche quattro non scherzano nulla. Scollinato il primo ostacolo, ad ogni modo, sulla strada di Arianna Errigo si palesa la canadese Eleanor Harvey. Tipa tosta la rossa di Hamilton, classe 1995 e un passato da karateka prima che il richiamo delle Olimpiadi la facesse virare sulla scherma.

La svolta dell’incontro arriva sul 10-5 per l’azzurra. Sembra tutto sotto controllo ma da quel momento comincia a materializzarsi l’incredibile. Arianna comincia a subire in serie una stoccata dopo l’altra, quasi tutte nella stessa modalità. Fino al black out totale: 10-1 parziale Harvey e 15-11 finale a premiare la canadese che alla sua prima Olimpiade vola fra le prime otto.

A proposito di volare. Chi lo fa eccome è Inna Deriglazova. Non fa prigioniere sul suo cammino, la russa. Beatriz Bulcao, sostenuta da una torcida caldissima non va oltre il 15-6 e non più strada fanno Aida Mohamed e Astrid Guyart, avversarie agli ottavi e ai quarti di finale. Ancora peggio va ad Aida Shanaeva, ridotta a sparring partner nella prima semifinale.

Più complicato è il cammino di Elisa Di Francisca, soprattutto nella semifinale contro Ines Boubakri. Ci vuole tutta la forza mentale e il talento della jesina per avere ragione della tunisina che in Francia ha trovato amore e un posto dove affinare le sue abilità schermistiche. Nel 2014, a Kazan, aveva centrato la prima medaglia iridata per il suo paese e per il suo continente, due anni dopo sta dando tantissimo filo da torcere alla campionessa Olimpica in carica in un semifinale a Cinque Cerchi. Provando anche tutti i trucchetti del mestiere per incepparne il perfetto meccanismo schermistico. E per poco il colpaccio non gli riesce, ma il suo angolo di Storia, Ines Boubakri signora Le Pechoux, se lo ritaglia eccome: battendo la Shanaeva nella finalina si va a prendere ka medaglia di bronzo. Nessuna donna africana, prima di lei, era riuscita a mettere le mani su una medaglia Olimpica nella scherma.

La veste dei fantasmi del passato per Inna Deriglazova ha le fattezze di Elisa Di Francisca. Indimenticabile, nel bene o nel male a seconda della protagonista in cui ci si immedesima, quel pomeriggio di due anni prima a Starsburgo. La scossa di Elisa al termine di una sonnecchiosa giornata di fioretto femminile a squadre trascorsa attendendo la più scontata delle finali fra Italia e Russia. Il veleno in coda fatto di una rimonta spaventosa, da 38-44 a 45-44 che regala all’Italia la medaglia d’oro e lascia la Deriglazova a terra, svuotata persino delle lacrime.

E poi Montreux 2015, questa volta a livello a individuale e un’altra rimonta a favore di Elisa che ammazzerebbe un rinoceronte. Certo, per Inna in mezzo c’è stato un Mondiale vinto (Mosca 2015) e una ritrovata sicurezza nei propri mezzi, ma trovarsi, nell’occasione più importante della propria vita, Elisa Di Francisca – una che sa come venire fuori al meglio dalle situazioni più calde -dall’altra parte del rullo non è mai una cosa simpatica.

Soprattutto quando i demoni sembrano potersi improvvisamente materializzare di nuovo davanti agli occhi. E il nastro tornare a Starsburgo oppure a Montreux, vanificando tutto quanto di buono è stato costruito in mezzo per arrivare preparata all’appuntamento con la gloria. È partita piano Inna, in quella finale, subendo il miglior avvio dell’azzurra. Ma poi è riuscita a trovare il bandolo della matassa e, cosa più importante, costruirsi il suo tesoretto da provare a gestire prima di tagliare a braccia alzate il traguardo. All’improvviso, però, ecco che la tempesta la investe di nuovo. Le cariche di Elisa si fanno sempre più furiose, costringendola a rifugiarsi sulla difensiva sperando che l’amico cronometro faccia al più presto il suo dovere.  Ce n’è bisogno, disperato, ora che il suo margine si era ridotto a una sola stoccata e l’inerzia del match passata altrove.

A tre secondi scarsi dalla fine, tutto è ancora in bilico. Il ruggito della leonessa aveva permesso a Elisa Di Francisca di ritornare sotto fino all’11-12 e di mettere di nuovo il tarlo del dubbio nella mente dell’avversaria. Troppo tardi però. La Rivoluzione Zarista è già cosa passata agli annali. Dopo sedici anni di dominio, la bambina che da piccola si era trovata di fronte al bivio fra scherma e ginnastica era riuscita a spezzare il Monopolio dell’Italia sul fioretto femminile ai Giochi Olimpici.

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Foto: Augusto Bizzi