Il Maestro consiglia: “La squadra spezzata”

I consigli per la lettura a cura di Simone Biondi.  Nella puntata odierna si parla di calcio, di Ungheria e di una storia con sfondo l’invasione sovietica del 1956.

 

Sport e politica sono le due facce di un binomio indissolubile. Negli anni l’impegno profuso per dissociare i due ambiti non è servito. E oggi ci si trova a combattere fino all’ultimo per vedere l’Italia presenziare con inno e bandiera per colpe burocratiche; o si ricordano sempre amaramente le Olimpiadi boicottate e la Coppa Davis del 1976.

C’è stata però un’eccezione che ha confermato la regola, una squadra che con la sua grandezza e le sue vittorie ha fatto risaltare la nazione; che con la sua sconfitta più incredibile rese la stessa nazione libera.

Il consiglio della settimana

Aranycsapat. E’una parola ungherese, non un errore di battitura. Il significato letterale è “squadra d’oro”, ma nel 1956 è un termine che a posteriori sarebbe stato decisamente stretto.

Chiedete ai vostri nonni quale fosse la squadra più forte della loro epoca, di quella metà del ‘900 che ha visto nascere i nomi di Pelé e Di Stefano. Loro non risponderanno il Brasile del cinquanta, così come non si adageranno a raccontare il Grande Torino di Valentino Mazzola. Vi parleranno dell’Ungheria di Puskás, Kocsis e Hidegkuti.

Nel suo libro “La squadra spezzata. La grande Ungheria di Puskás e la rivoluzione del 1956″, Luigi Bolognini delinea magistralmente i contorni di una nazione che appariva grande grazie al successo dei suoi calciatori. Una formazione invincibile, con trentadue vittorie di fila tra il 1950 e il 1954, costruita su un’ossatura forgiata a Budapest, nella squadra dell’Honvéd.

Gli occhi di Gábor, il personaggio centrale della storia, ci portano lungo le vie di una città da riscostruire. Si sgranano davanti ai suoi miti, modello a cui guardare per diventare grande e trovare posto nel mondo. Ma la sconfitta ai mondiali del 1954, quel finale amaro passato alla storia come il miracolo di Berna per i tedeschi dell’Ovest, come disgrazia sportiva per un paese costruito sul sogno di una nazionale, dimostrò quanto fragile possano essere le persone.

Nell’arco di due anni, chi si era sentito invincibile grazie a quelle undici pepite d’oro, capì che inevitabilmente quella squadra era stato un elemento di propaganda per un regime che era arrivato il momento di combattere, che stava limitando e lentamente consumando la libertà di un popolo.

Bolognini fa ripercorrere a Gábor i passi di un ragazzo ungherese che cresce nel corpo e nello spirito, arrivando a combattere per i propri ideali, per vedere finalmente la sua amata Ungheria libera dalla tirannia e dalla dittatura di un popolo. E tutto questo grazie a Puskás, Kocsis, Hidegkuti e alla sconfitta della squadra più forte degli anni cinquanta.

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