Il sistema di qualificazioni non è l’unica criticità della scherma alle Olimpiadi

Scherma e Olmpiadi, problemi e ingiustizie

Non solo i criteri di qualificazione. Ma anche la finale individuale per il bronzo, unicum che non si ripete in altri eventi schermistici, e la regola delle sostituzioni rappresentano problematiche per la scherma alle Olimpiadi.

 

Nell’agosto 2021, appena calato il sipario sui tribolati Giochi Olimpici di Tokyo posticipati di un anno causa pandemia e disputatisi fra mille restrizioni e protocolli serratissimi, Alisher Usmanov allora plenipotenzario della FIE descrisse le Olimpiadi nipponiche come un assoluto trionfo per lo sport da lui governato. La scherma, dopo una lunga battaglia con il CIO, era riuscita finalmente a ottenere il tanto agognato programma completo eliminando contestualmente l’anacronistica e vituperata rotazione delle armi, che a turno privava un’arma al maschile e una al femminile della gara a squadre e aveva impatti devastanti anche sulla qualifica individuale. Inoltre le gare in Giappone avevano regalato tanto spettacolo, assalti bellissimi e tante storie fra le pieghe degli stessi, fra favole a lieto fine o maledizioni Olimpiche con cui ancora una volta hanno dovuto fare i conti fior di campioni e campionesse.

Sin qui tutto bene. Ma scavando più in profondità nel rapporto di convivenza fra scherma e Olimpiadi, di cui è sport iconico e colonna portante sin dalla primissima edizione dei Giochi Moderni del 1896, problemi e criticità. Lo sfogo tramite social della sciabolatrice greca Despina Georgiadou ha ed esempio dimostrato che il problema dell’equità dei criteri di qualificazione ai Giochi è ben lungi dall’essere risolto. A far storcere il naso alla medaglia d’argento degli ultimi Mondiali di Milano, in particolare, la clausola da lei stessa definita fuori da ogni logica per cui ogni Nazione può portare in quota individuale al massimo un rappresentante. Anche qualora, come è accaduto nel suo caso, le migliori due atlete di una determinata zona continentale siano connazionali. Greche nel caso di Georgiadou e Gkountoura, con quest’ultima che volerà a Parigi assieme alla spagnola Martin Portugues, il cui pur ottimo cammino impreziosito anche da una vittoria di tappa e da un secondo posto, non è stato sufficiente per scavalcare al secondo posto Georgiadou. Ma il caso delle due greche non è stato isolato: restando nella sciabola femminile e spostandoci in Asia (altro continente con in palio i due slot), il medesimo criterio ha impedito alla cinese Shao Yaqi di raggiungere la connazionale Yang Hengyu, spalancando le porte all’uzbeka Zaynab Dayibekova. E ancora, nel fioretto femminile resta esclusa Leonie Ebert – al momento infortunata ma che avrebbe potuto tentare un clamoroso rientro per i Giochi – seconda dietro ad Anne Sauer, mentre nella spada femminile ne fa le spese Eszter Muhari arrivata immediatamente dietro ad Anna Kun. Al maschile, casi analoghi si sono verificati nel fioretto maschile con i due portacolori di Hong Kong Cheung Ka Long e Choi Chun Yin, e nella spada maschile con  i cinese Wang Zijie e Lan Minghao.

Sui criteri di qualificazione e sulla ricerca di una soluzione che possa essere il miglior compromesso fra meritocrazia e rispetto del criterio fondativo del Movimento Olimpico di garantire una rappresentanza il più possibile universale potrebbe disquisire all’infinito con il rischi molto concreto di non pervenire a una soluzione ideale. Le difficoltà sono tante e alla fine si finirebbe comunque con lo scontentare qualcuno. E, soprattutto, la scherma alle Olimpiadi presenta almeno un altro paio di criticità che meritano di essere approfondite.

 

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La prima è la disputa anche nelle prove individuali della finale per il terzo e quarto posto. Un unicum assoluto, dal momento che tanto nelle prove di Coppa del Mondo quanto nelle altri manifestazioni come Campionati Continentali e Mondiali almeno la medaglia di bronzo è garantita per chi centra le semifinali. E anche in ambito Olimpico alcuni sport (come ad esempio il pugilato) prevedono la doppia medaglia di bronzo per i semifinalisti sconfitti. I quali, invece, devono trovare nel minor tempo possibile le energie fisiche e mentali per affrontare una situazione completamente inedita con addosso tutto il carico emotivo di una gara stressante come poche e il rischio concreto di chiudere a bocca asciutta. E se da una parte è vero che questo match può regalare pagine di scherma epiche come quella scritta ad esempio da Valentina Vezzali a Londra 2012, può altresì capitare che i protagonisti (o le protagoniste) in pedana mostrino palesemente l’atteggiamento di chi in quel momento vorrebbe essere da ogni altra parte fuorché in pedana. Impossibile allora non pensare alla sfida fra Olga Kharlan e Manon Brunet a Rio 2016. Delusa per aver mancato ancora una volta il tanto agognato orom la prima; ingiustamente privata della finalissima da una discussa stoccata non assegnatale prima che Sofya Velikaya completasse la rimonta, la seconda. Deluse, arrabbiate e costrette a un ulteriore match che ha tutti i crismi del supplizio. L’abbraccio in lacrime a centro pedana e le splendide parole della francese all’amica/rivale come picco emotivo di una gara che di storie e intrecci del destino ne ha regalati tanti da poter diventare romanzo.

Giusto? Ingiusto? Anche qui la critica si divide, ma lasciateci la presunzione di pensare che potremmo affermare con ragionevole dubbio quale sia la parte verso cui il piatto pende. Farlo sempre o non farlo mai, questo fa tutta la differenza del mondo. Nelle gare a squadre, ad esempio, funziona dappertutto così: il terzo posto ce lo si gioca nella impropriamente detta “finalina”. È così in Coppa del Mondo, succede la stessa cosa negli altri eventi. Ecco, la prova a squadre. E quella regola iniqua per cui la riserva non prende la medaglia se non fa il proprio ingresso in pedana. Ne hanno fatto le spese, fra gli altri, Sara Cometti – ora stimata collega giornalista – e Matteo Zennaro, nelle cui bacheche non brillano l’argento di Atlanta 1996 (spada femminile) o l’oro di Atene 2004 (fioretto maschile). E con la dura legge dei Giochi si sono scontrati anche in tempi più recenti i russi Dmitry Zherebchenko e Svetlana Sheveleva, attori non protagonisti e non premiati nei trionfi del fioretto maschile a Rio 2016 e della sciabola femminile a Tokyo 2020. E gli esempi sarebbero tanti da fare.

Entrando nell’ultima tornata di assalti contro la Cina nella “finalina” contro la Cina, Alberta Santuccio ha potuto festeggiare sul podio il bronzo a Tokyo 2020 assieme a Rossella Fiamingo, Federica Isola e Mara Navarria. Discorso analogo anche per Aldo Montano (sciabola maschile) ed Erica Cipressa (fioretto femminile)  – Foto: Augusto Bizzi

Ilaria Salvatori non avrebbe potuto raccontare di essere Campionessa Olimpica con il Dream Team a Londra 2012 se l’ampio margine di vantaggio sulla Russia non avesse consentito a Cerioni di poter in tutta sicurezza operare la staffetta con Arianna Errigo e permettere alla frascatana di salire sul podio. Perché nelle pieghe dell’assurdo regolamento Olimpico c’è anche il fatto che si può effettuare un’unica sostituzione durante tutta la gara e spesso i ct ricorrono ad essa solo in caso di stretta necessità (infortunio o palese difficoltà di un tiratore) oppure di risultato acquisito nell’uno o nell’altro senso. Altrimenti difficile sbilanciarsi a rischiare di giocarsi l’unico jolly disponibile, magari con il rischio di infortuni che mettano a rischio la prosecuzione della gara.

Se le Olimpiadi continuano a rimanere il sogno per ogni bambino o bambina che da piccola inizia a portare la sua sacca piena di sogni in giro per gare di scherma in tutto il Mondo, dall’altra è necessario qualche cambiamento. Accontentare tutti è impossibile, scontentare meno gente possibile una missione già più alla portata.

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Foto Augusto Bizzi