La leggenda senza tempo di Edoardo Mangiarotti, il re di spade

A 101 anni dalla nascita e a 8 dalla scomparsa, il mito di Mangiarotti continua a essere più vivo che mai nella memoria di tutti.

Parlare di Edoardo Mangiarotti significa camminare con un piede nella Storia e con un altro nella Leggenda. Parlare di Edoardo Mangiarotti, soprattutto, non può essere ridotto a una mera questione di numeri. Ci sono le medaglie Olimpiche in cinque edizioni a cui ha preso parte, e non è un dettaglio di poco conto. Ma la leggenda del “Re di Spade” è stata ed è molto altro: è l’essenza, pura, della scherma, della sua epica ma, soprattutto della sua etica. 

Fosse ancora in vita oggi, Mangiarotti avrebbe 101 anni e facilmente ce lo vedremmo ancora in sala, quella da lui fondata e che ne porta avanti la “legacy” – spero mi perdoni l’anglicismo – a controllare che i tanti allievi che la animano ne rispettino gli insegnamenti e i precetti. La corretta e rigorosa posizione in guardia, innanzitutto. E il rispetto pedissequo di quelle regole di correttezza e onorabilità che hanno fatto di lui un Campione stimato tanto in pedana quanto fuori da essa. Li ha raccolti, quei principi, in quello che forse è uno dei suoi lasciti più importanti, ovvero il “Decalogo dello schermidore” scritto nel 1966 assieme ad Aldo Cerchiari. 

Secondo di tre fratelli – Dario e Mario rispettivamente primogenito e terzogenito furono anche loro schermidori di valore assoluto – Edoardo Mangiarotti viene forgiato alla scherma dagli insegnamenti del padre, Giuseppe. E forgiato non è nemmeno un termine così esagerato: stando alle memorie vergate dallo stesso Giuseppe Mangiarotti, tutti e tre i figli hanno ricevuto un’educazione da lui definita spartana. Fatta non solo di lezioni di spada, ma anche di boxe, ciclismo, nuoto e tennis. Tutte cose che sarebbero tornate utili nella vita. Perdipiù, racconta sempre Giuseppe, il capo-famiglia si è dimostrato sempre molto esigente con tutti i figli, non transigendo mai su errori e imperfezioni. I risultati, però, avrebbero dato ragione a papà Mangiarotti: non solo i figli sarebbero diventati grandi campioni di scherma, ma anche e soprattutto si sarebbero sempre distinti nella vita per correttezza e onorabilità.

Destrimane per natura, Edoardo viene impostato però come mancino, perché con la mano sinistra tira Lucien Gaudin, fenomenale fiorettista francese e modello da imitare per papà Giuseppe. Non ci vuole molto tempo perché il giovane Mangiarotti diventi uno dei nomi del firmamento schermistico mondiale. Nel 1936, appena diciassettenne, prende parte ai Giochi Olimpici di Berlino. Quando Jesse Owens straccia Luz Long nella gara di salto in lungo, costringendo il Adolf Hitler a ingoiare ancora una volta un boccone amaro, lui è presente e testimone oculare dell’insulto che il dittatore tedesco rivolge all’atleta americano, apostrofato come maiale. 

L’Italia è fra le assolute protagoniste di quella spedizione, chiudendo con ben nove medaglie. La spada maschile domina la prova individuale con la vittoria di Franco Riccardi davanti a Saverio Ragno e Giancarlo Cornaggia Medici. Per Mangiarotti sarebbe arrivato l’oro a squadre, e la conquista della prima delle 13 medaglie Olimpiche con cui avrebbe chiuso la carriera. 

Finiti i Giochi Olimpici di Berlino, lo sport lascia pian piano il palcoscenico ai tragici eventi della Seconda Guerra Mondiale. Le Olimpiadi del 1940 e del 1944 vengono cancellate e per tornare a respirare nuovamente l’atmosfera dei Cinque Cerchi tocca aspettare il 1948. Il nuovo Mondo, che sta provando a rinascere dalle macerie della guerra, si da appuntamento a Londra. Edoardo Mangiarotti conquista il bronzo nella prova individuale di spada, mentre nella gara a squadre vince l’argento così come in quella di fioretto, con gli azzurri che vengono battuti in finale dall’eterna rivale della Francia, complice anche una direzione dell’incontro tutt’altro che favorevole da parte della giuria, interamente britannica. 

A Helsinki 1952 mette a referto quattro medaglie in altrettante gare a cui partecipa. Nella spada individuale vince l’oro, con il fratello Dario che vince l’argento. Celebre un episodio che ha per protagonista Edoardo proprio in quel giorno: dal 1949, infatti, Mangiarotti collabora con la Gazzetta dello Sport, diretta all’epoca dal grande Gianni Brera. Il grande giornalista lombardo, spazientito per una corrispondenza che sembra non arrivare mai, contatta lo schermidore chiedendo lumi sul motivo di tale ritardo. La risposta che riceve è lineare: Mangiarotti aveva avuto un’altra incombenza da sbrigare prima, ovvero vincere la gara e passare a ritirare la medaglia d’oro. In Finlandia, nell’edizione che regala alla storia anche la prima medaglia d’oro Olimpica della scherma al femminile firmata da Irene Camber, Mangiarotti conquista anche il titolo a squadre di spada, mentre nel fioretto ottiene un doppio argento.

E proprio in quest’arma, Edoardo Mangiarotti incontra la sua nemesi: ha le fattezze del francese Christian D’Oriola, l’unico al Mondo che ha potuto raccontare di non essere mai stato battuto dal campionissimo italiano. Con quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi, D’Oriola è assieme al già citato Gaudin il secondo atleta più titolato alle Olimpiadi dietro solo a Martin Fourcade, che però ha eletto lo sport dello “spara e scia” come suo terreno di caccia. 

La caccia di medaglie del “Re di spade” però non finisce qui: a Melbourne, nel 1956, è scelto come portabandiera dell’Italia (un onore che gli sarebbe toccato anche quattro anni più tardi, a Roma. Torna dall’Australia con al collo il suo quinto oro, ancora nella spada maschile a squadre. La stessa gara la vince nuovamente a Roma.

Quella casalinga è la sua ultima avventura Olimpica come atleta, ma non l’ultima in assoluto. Ne avrebbe seguite in totale dodici, nelle vesti di giornalista, dirigente o delegato del CIO. Nel 2008 è a Pechino, dove assiste di persona all’ennesimo trionfo di Valentina Vezzali, che vincendo per la terza volta di fila la prova individuale di fioretto femminile si porta a una sola medaglia d’oro dal record di Mangiarotti. “Tu sei brava, nei ha vinte tante. Ma guarda le mie” le disse. Valentina Vezzali non sarebbe mai arrivata a eguagliare le 13 medaglie complessive di Mangiarotti, ma il numero di ori quello sì. Lo avrebbe fatto a Londra, nel luglio 2012, trionfando nella prova a squadre assieme ad Elisa Di Francisca, Arianna Errigo e Ilaria Salvatori. Purtroppo, però, Mangiarotti non ha potuto assistere dal vivo a quel momento storico: se n’è andato il 25 maggio del 2012.

Nemmeno a dirlo: non fosse arrivata prima la Nera Signora, lui a Londra ci sarebbe stato. 

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